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Scegliere l'università: la storia di Andrea

La scelta universitaria a volte può essere complessa, ma vivere un anno all’estero può aiutare a fare chiarezza tra le opzioni, grazie alla scoperta di nuove passioni e competenze. È successo ad Andrea, dopo un approccio molto pratico all’ingegneria meccanica.

Ciao Andrea! Puoi parlarci un po’ di te?

Ciao! Sono Andrea Bagnato e ho frequentato un anno scolastico in USA, precisamente in Nebraska, in un paese estremamente piccolo: 500 abitanti circa e una scuola frequentata da soltanto 60 persone circa!

Credi che questo abbia influito sulla tua esperienza?

Sicuramente. Chi si stabilisce in un posto nuovo può metterci un po’ a stringere amicizie, ma nel mio caso la dimensione del paese ha facilitato le cose. Frequentare una scuola con pochi studenti ha reso semplice legare con i professori e mi ha dato l’opportunità di partecipare a molte attività che, in una scuola più grande, avrebbero invece avuto delle selezioni. Sono riuscito così a frequentare contemporaneamente molti club scolastici: quello di retorica, la squadra di basket, football, atletica e il Future Farmers of America, che ha acceso la mia passione per l’ingegneria meccanica.

Quali sono per te le più grandi differenze tra il sistema scolastico italiano e quello americano?

La scuola americana è sicuramente più orientata all’applicazione di una materia, è orientata allo sviluppo di competenze che si possano applicare nella vita di ogni giorno. Poi, il poter scegliere le materie da seguire, tolte quelle obbligatorie. Questo rende più personalizzato il percorso didattico sulla base dei diversi tipi di persone e aiuta a scoprire nuovi interessi e abilità. La terza differenza, a mio avviso, sono i professori: lì sono davvero dalla tua parte e cercano sempre di darti una mano e supportarti, dal punto di vista morale e didattico.

Come credi che l’esperienza exchange abbia impattato su di te?

Sicuramente mi ha fatto crescere molto in fretta, rendendomi più predisposto all’adattamento in diverse situazioni. Durante l’anno all’estero ci si ritrova in situazioni mai vissute e puoi scoprire che una cosa banale per un italiano, come mettere dei jeans strappati in classe, non si può fare, ma è perfettamente normale andare a scuola scalzi! Ti aiuta ad aprirti a nuove prospettive, mettendo le cose di tutti i giorni sotto una nuova luce.

Tornando all’ingegneria meccanica, puoi parlarci meglio di questa scoperta?

Frequentavo tutti i giorni una classe di ingegneria meccanica applicata a congegni per l’agricoltura, molto diffusa in Nebraska, e mezzi come trattori. Ho avuto la possibilità di smontare motori a scoppio per vedere come funzionano, riparare l’asse di una macchina dopo un incidente, imparare a lavorare legno e roccia, saldare, pulire e verniciare il metallo…

Si direbbe un approccio molto pratico.

Estremamente, e questo si estendeva anche al di fuori delle lezioni. In una comunità così piccola era spesso richiesto l’aiuto degli studenti migliori del corso per riparazioni e costruzioni. Ad esempio, abbiamo fabbricato un magazzino per l’attrezzatura di un centro sportivo, saldato una recinzione per una campo da football e sostituito una cassetta delle lettere distrutta da un’auto con una in metallo, più resistente. Avevo già un interesse verso questo campo, ma vivere queste esperienze mi ha convinto a farne la mia scelta universitaria.

Quindi vedevi già l’ingegneria meccanica nel tuo futuro?

Fin da piccolo mi piaceva smontare i giocattoli quando si rompevano per capire come funzionavano. Nel tempo, quell’interesse è rimasto ma era ancora molto astratto.
Durante l’anno all’estero si è presentata l’opportunità di concretizzare questa vocazione e applicarla al mondo reale. Vedere come funzionano i pezzi di una macchina o un motore autentici mi ha reso più consapevole di quanto mi piacesse occuparmene; ho capito di essere bravo e che avrei potuto farlo per tutto il giorno.

Adesso che hai cominciato l’università, che differenze trovi con l’approccio americano?

Molto più teorico: per i primi 2-3 anni ci dedicheremo prevalentemente a matematica e algebra. Grazie all’anno all’estero negli USA sento di avere una marcia in più perché, ad esempio, conosco un albero motore e so dove si colloca, rispetto a chi non ne ha mai visto uno. Adesso ho il vantaggio di avere due punti di vista sullo stesso argomento e saper confrontare le due realtà, avendole vissute entrambe, prendendo il meglio da tutte e due.

Se non avessi vissuto la tua esperienza exchange, credi che avresti fatto la stessa scelta universitaria?

Probabilmente sarebbe successo comunque, ma sarei stato molto meno motivato a continuare e in una facoltà come ingegneria questo può fare la differenza. Adesso mi è anche più facile dare una direzione al mio futuro: dopo la triennale, mi piacerebbe seguire un master di ingegneria meccanica negli Stati Uniti, magari proprio dove ho vissuto, avendo lì già degli agganci.

Cosa consiglieresti a chi, come te, ha scoperto una passione durante l’exchange e vorrebbe trasformarla nel suo futuro?

Di provarci e non farsi condizionare da chi non ha vissuto questa esperienza. A volte un professore potrebbe persino scoraggiarti a proseguire, pur non sapendo cosa hai realmente provato durante l’anno all’estero. È una scelta estremamente personale, ma il mio consiglio è di provarci. Si rimpiange più quello che non si è fatto, che ciò che si è fatto ed è andato male.

Cover Photo by Jonathan Reyes on Flickr

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Sara Nosenzo

Author Sara Nosenzo

In WEP mi occupo di materiale promozionale, cartaceo e digital. Ho vissuto 3 mesi a Bruxelles per uno stage. Adoro scrivere storie di fantasia, spesso di notte, i film e le serie in lingua originale.

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